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L'inganno della sincerità

Scritto da Laura Barone

Nel senso comune nasciamo ingenui e apprendiamo le modalità per mentire, a mano a mano che cresciamo e che assumiamo ruoli diversi.

La crescita come processo evolutivo che ci conduce dall’infanzia alla giovinezza, fino all’età media e poi alla terza età, è un processo che ci porta a relazionarci con un numero crescente di persone e situazioni differenti. Se possiamo quindi tendere alla sincerità è quantomeno improbabile che tutti quelli che sono intorno a noi lo abbiano scelto come valore portante delle loro esistenze e delle loro interazioni. Esiste, quindi, un livello personale ed uno sociale, che a prescindere dalla nostra bontà e dalle nostre reali intenzioni, condiziona nel concreto il manifestarsi della sincerità.

I due livelli sono tutt’altro che scollegati e un tuffo nella storia delle idee ci aiuterà a capirne di più. Il tema della verità pervade la filosofia fin da Platone ma gli illuministi indagarono, più nello specifico, il rapporto tra civiltà e natura. Per i fautori della ragione, nasciamo ingenui per essere poi contaminati dalle storture e dai vincoli imposti dal contesto sociale. Nel romanzo L’Ingenuo, di Voltaire (1767), un Urone, di nome Candido, indigeno canadese, catturato dagli inglesi, raggiungerà la Francia dove perderà a causa di eventi eccezionali la sua ingenuità. Nella prima parte del romanzo, il protagonista suscita ironia perché dice sempre quello che pensa, presumibilmente quello che in sincerità sente di dire, per poi essere travolto dagli eventi, che lo condurranno verso la saggezza e la filosofia.

In un certo senso, noi tutti siamo un po’ filosofi, almeno nel senso di aver appreso nel nostro processo di crescita i limiti imposti dal contesto e dalla ragione, passando all’interno di istituzioni naturali come la famiglia a quelle civili, diventando cittadini, prima studenti e poi lavoratori. In ognuno di questi contesti abbiamo imparato quando essere sinceri, quando omettere dettagli o persino occultare interi pezzi delle nostre esperienze, fino a situazioni che ci hanno spinto a mentire più o meno deliberatamente. Lo fa il bambino per non incorrere nelle reazioni e nelle punizioni dei genitori, lo fa l’adulto per evitare complicazioni con i suoi pari. Ovviamente ci sono anche i bugiardi capaci di utilizzare la menzogna come risorsa per affermare se stessi, spesso a scapito di quanti finiscono per credere a ciò che dicono.

La sincerità ha quindi a che fare con la verità. Un tema ampiamente indagato da diverse discipline e studi, tanto che nel 1913 uno studente di psicologia di Harvard University, Charles Moulton, cominciò ad utilizzare un prototipo della futura macchina della verità. Alla base dell sua invenzione, la convinzione che il mentire in modo consapevole fosse associato ad effetti fisiologici secondari quali: l’aumento del ritmo cardiaco e di quello respiratorio; aumento della conduttività elettrica della pelle che cresce con la sudorazione, riducendo la resistenza elettrica della cute; l’innalzamento della pressione sanguigna. Numerosi studi di psicologia tendono invece a riconoscere specifici comportamenti verbali ed extra verbali come menzogneri. Lo sguardo di chi mente, a meno che non si tratti di un bugiardo cronico, tende a non incrociare quello del suo interlocutore. Stesso dicasi, quando si chiudono gli occhi per qualche secondo di troppo durante un discorso. La testa del bugiardo si muove repentinamente appena prima della risposta. E più in generale tutto il corpo tende a muoversi di più ma conviene diffidare anche da chi resta immobile o ci guarda dritto negli occhi. La salivazione potrebbe ridursi in chi sta mentendo mentre le frasi pronunciate nel discorso menzognero spesso si ripetono, talvolta per autoconvincersi proprio mentre ci si relaziona agli altri. Tipica, in questo senso l’espressione, “non ci credi tu per primo”. Così come fornire un eccesso di informazioni e dettagli può rientrare all’interno di una strategia della menzogna, sebbene da parte di soggetti abituati a mentire.

Senza quindi assumere un punto di vista etico, secondo il quale è sempre bene essere sinceri, possiamo invece considerare la sincerità una risorsa e in quanto tale, piuttosto scarsa. In media ascoltiamo tra le 100 e le 200 bugie al giorno e spesso e volentieri auto censuriamo i nostri stessi pensieri, evitando di essere sinceri. Pertanto non inganniamoci: è praticamente impossibile essere sempre sinceri! Di tanto in tanto, vale dunque la pena non dire la verità, magari limitandosi a non pronunciarla. Solo che, a furia di censurarci da soli, rischiamo di limitare i nostri orizzonti. Come ebbe a dire il politologo Giovanni Sartori, “Eccezion fatta per pochi solitari eroi, chi teme di dire quello che pensa finisce per non pensare quello che non può dire” . Mentre all’opposto se nel nostro parlare ricorressero frequentemente le bugie, finiremmo per vivere in una realtà tutta nostra e spesso distante da quella delle persone che ci circondano, rischiando anche di tradire le persone che si fidano di noi o peggio di commettere tremendi misfatti.

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