La presenza femminile in odontoiatria cresce, soprattutto nelle generazioni più giovani.
Ma la crescita numerica non coincide automaticamente con la presenza nei luoghi decisionali.
Ordini professionali, associazioni, società scientifiche, congressi, tavole rotonde e comitati scientifici raccontano un’altra parte della storia: quella della rappresentanza.
- Chi decide?
- Chi modera?
- Chi viene invitato come relatore?
- Chi occupa ruoli apicali?
- Chi viene riconosciuto come voce autorevole della professione?
Il rischio è che la professione cambi nella base, ma resti più lenta nei vertici.
È un fenomeno che riguarda molte professioni sanitarie e scientifiche: le donne entrano, studiano, lavorano, producono valore, ma non sempre arrivano con la stessa velocità negli spazi in cui si decide, si parla e si rappresenta.
Per questo il tema della leadership femminile non può essere trattato solo come celebrazione di singole carriere eccellenti.
Deve diventare una questione di sistema.
La visibilità congressuale, per esempio, non è un dettaglio.
Essere invitati a parlare significa essere riconosciuti come esperti. Significa contribuire alla formazione dei colleghi, influenzare le scelte cliniche, orientare il dibattito scientifico e costruire autorevolezza.
Lo stesso vale per gli ordini, le associazioni e le società scientifiche.
La domanda non è solo se le donne siano presenti, ma se siano presenti nei ruoli in cui si decide.
Misurare la presenza femminile nei board, nei programmi congressuali e negli organismi professionali significa rendere visibile un passaggio cruciale: non basta entrare nella professione.
Bisogna poter contribuire a definirne le regole, le priorità e l’immaginario pubblico.
Una professione più rappresentativa non è solo più equa. È anche più capace di ascoltare la realtà di chi lavora ogni giorno negli studi, nelle cliniche, nelle università e nei territori.
